Portiamo oggi in quest’Aula una mozione che riguarda il Disegno di legge, Atto del Senato n. 1715, attualmente in discussione presso il Senato della Repubblica, e che interviene su un tema delicatissimo: la definizione del reato di violenza sessuale. Il nodo è uno solo, ed è fondamentale: il principio del consenso. La Camera dei Deputati aveva approvato all’unanimità un testo che affermava con chiarezza che si configura violenza sessuale in assenza di un consenso libero, esplicito, attuale e revocabile. Una formulazione semplice, ma di grande valore culturale e giuridico. Parliamo di un principio moderno, pienamente coerente con la Convenzione di Istanbul e con gli standard europei, che afferma un passaggio decisivo: non è la vittima a dover dimostrare di aver resistito, ma è chi compie l’atto a dover verificare l’esistenza di un consenso reale, libero e consapevole. Il testo base oggi adottato al Senato, invece, modifica questa impostazione e riporta al centro il “dissenso”, cioè la necessità di una manifestazione di rifiuto o di resistenza da parte della persona offesa. È un arretramento culturale prima ancora che giuridico, perché rimette sulle spalle della vittima il peso di dimostrare di non aver voluto, invece di pretendere che sia sempre e solo il consenso a legittimare un rapporto. Ma sappiamo, lo dicono gli studi, lo affermano magistrati e centri antiviolenza, che in molte situazioni di violenza la vittima può restare immobile, paralizzata dalla paura, in stato di shock. E il silenzio non è consenso. L’immobilità non è consenso. La paura non è consenso. Se la legge non lo afferma con assoluta chiarezza, il rischio è quello di compiere un passo indietro, culturale prima ancora che giuridico. La violenza sessuale non è un fatto isolato, non è un’eccezione: è un fenomeno strutturale, che colpisce in modo sproporzionato donne e ragazze e affonda le sue radici in squilibri di potere e in stereotipi ancora troppo presenti nella nostra società. Per questo le norme devono essere chiare, inequivocabili. Devono tutelare le vittime, non scoraggiare le denunce. Devono contribuire a superare gli stereotipi, non rischiare di riprodurli. A chi, come al solito, esordirà chiedendo perché mai un Consiglio comunale debba intervenire su una legge nazionale, rispondiamo con chiarezza: perché noi siamo istituzioni di prossimità. Nei nostri territori operano centri antiviolenza, servizi sociali e associazioni che ogni giorno affrontano le conseguenze concrete di queste scelte legislative. Sono loro a raccogliere le storie, le ferite, le paure. Sono loro a misurare l’impatto reale delle norme sulla vita delle persone. E quando una legge incide sui diritti fondamentali, sul corpo e sulla libertà delle donne, nessuna istituzione può dirsi estranea o non competente ed è per questo che NON possiamo restare in silenzio. Questa mozione impegna la Giunta e il Sindaco a esprimere formalmente la contrarietà del Comune alla riformulazione attuale del disegno di legge e a sostenere il pieno recepimento del modello fondato sul consenso, così come già approvato dalla Camera dei Deputati. Non stiamo parlando di una battaglia ideologica. Stiamo parlando di una scelta di civiltà giuridica e culturale. Si tratta di decidere da che parte stare: se dalla parte di un principio chiaro, che afferma che senza consenso non c’è relazione legittima, oppure dalla parte di un’impostazione che rischia di riportare al centro la prova del rifiuto, della resistenza, del dissenso. Noi crediamo che il consenso debba essere esplicito, libero, attuale e sempre revocabile. Crediamo che la legge debba dirlo con forza, senza ambiguità. Crediamo che le istituzioni, a ogni livello, abbiano il dovere di farsi carico di questa responsabilità. Per queste ragioni, vi chiedo di votare a favore di questa mozione.

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