VENEZUELA: OLTRE LA PROPAGANDA, IL CROLLO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

In queste ore il rumore è assordante: dichiarazioni trionfalistiche, propaganda, letture semplificate, tifoserie contrapposte. Ma proprio ora serve fermarsi e distinguere i piani.

Primo: Maduro e il suo governo. Maduro non mi è mai piaciuto, e non ho mai avuto simpatia per il suo modo di governare, non è mai stato un modello di democrazia, e le responsabilità politiche, sociali ed economiche del suo operato sono evidenti e documentate. Questo però non autorizza nessuno a sostituire il giudizio politico e quello dei popoli con la forza militare di una potenza straniera.

Secondo: l’azione degli Stati Uniti. Qui non siamo di fronte a una pressione diplomatica, a sanzioni o a un intervento multilaterale. Siamo davanti a un attacco unilaterale, a un sequestro di un capo di Stato sovrano, a un atto che scavalca ogni norma del diritto internazionale. È un precedente pericolosissimo, indipendentemente da chi sia la vittima politica del momento.

Terzo: la narrazione della droga. È un copione già visto. La “guerra al narcotraffico” viene agitata come giustificazione morale, ma il contesto geopolitico racconta altro: il Venezuela è uno dei Paesi più ricchi al mondo di petrolio e risorse minerarie strategiche. Pensare che questo elemento sia secondario significa non voler guardare la realtà.

Quarto: Se l’ONU esiste ancora, questo è il momento di intervenire, perché se passa l’idea che una superpotenza possa decidere chi governa un Paese, quando e come, allora nessuno Stato è davvero sovrano e non esisterà più alcun ordine internazionale. È lo stesso schema che vediamo da anni in Ucraina, in Palestina e oggi anche in Venezuela: territori, popoli e diritti sacrificati sull’altare degli interessi geopolitici.

Il caos che questi popoli stanno vivendo ha un nome preciso: la fine della sovranità. E domani potrebbe toccare a chiunque. In un mondo così, nessun popolo può dirsi al sicuro. A 24 ore dai fatti, una cosa è ormai chiara: qui non è in discussione un singolo governo, ma l’ordine mondiale. E se non lo capiamo ora, lo capiremo quando sarà troppo tardi.

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VILE E ILLEGALE ATTACCO ALLA FLOTILLA

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LA GUERRA DEI 12 GIORNI: CRONACA DI UN’ESCALATION DEVASTANTE

Ho seguito con apprensione, come tanti, i 12 giorni di fuoco tra Israele e Iran che ci hanno riportato pericolosamente vicini al baratro di un conflitto regionale su larga scala. Quella che ormai tutti chiamano la “guerra dei 12 giorni” è iniziata nella notte tra il 12 e il 13 giugno 2025, con l’operazione “Rising Lion” condotta da Israele. Oltre 200 aerei, cyber-attacchi e operazioni di intelligence hanno colpito obiettivi sensibili in Iran, compresi siti nucleari e residenze di alti ufficiali. Una mossa che ha avuto l’effetto di accendere la miccia. L’Iran ha risposto con una pioggia di missili su Tel Aviv, Haifa e altre città israeliane. Ho letto le cronache dei civili sotto le sirene, dei rifugi pieni, delle immagini di distruzione che ricordavano scenari che speravo di non dover più vedere. Poi, come se non bastasse, il 22 giugno sono entrati in scena gli Stati Uniti, colpendo tre siti nucleari iraniani. L’Iran ha reagito mirando alla base americana in Qatar, fortunatamente con danni contenuti. È stato l’ex presidente Trump, paradossalmente, a imporsi come “mediatore”, annunciando il cessate il fuoco. E lì si è fermato tutto, almeno per ora. La chiamano la “guerra dei 12 giorni”, ma a me sembra più una prova generale di qualcosa che potrebbe ancora esplodere. Nessuno ha davvero vinto. Io credo che questa tregua non sia una vera pace: è un equilibrio instabile, una quiete prima di un’altra tempesta. Ma in mezzo ci sono popoli, vite, e un Medio Oriente che continua a bruciare. E noi, da qui, non possiamo permetterci di ignorarlo.

Gli Usa attaccano siti nucleari in Iran. Trump: ‘Pace o ci sarà una tragedia’. Teheran: ‘Ci difenderemo’ … E adesso? Il futuro fa paura: non è più fantapolitica, ma una realtà che si avvicina.

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